domingo, 28 de mayo de 2017

Odio a los indiferentes: Antonio Gramsci

Odio a los indiferentes. Creo que vivir quiere decir tomar partido. Quien verdaderamente vive, no puede dejar de ser ciudadano y partisano. La indiferencia y la abulia son parasitismo, son cobardía, no vida. Por eso odio a los indiferentes.
La indiferencia es el peso muerto de la historia. La indiferencia opera potentemente en la historia. Opera pasivamente, pero opera. Es la fatalidad; aquello con que no se puede contar. Tuerce programas, y arruina los planes mejor concebidos. Es la materia bruta desbaratadora de la inteligencia. Lo que sucede, el mal que se abate sobre todos, acontece porque la masa de los hombres abdica de su voluntad, permite la promulgación de leyes, que sólo la revuelta podrá derogar; consiente el acceso al poder de hombres, que sólo un amotinamiento conseguirá luego derrocar. La masa ignora por despreocupación; y entonces parece cosa de la fatalidad que todo y a todos atropella: al que consiente, lo mismo que al que disiente, al que sabía, lo mismo que al que no sabía, al activo, lo mismo que al indiferente. Algunos lloriquean piadosamente, otros blasfeman obscenamente, pero nadie o muy pocos se preguntan: ¿si hubiera tratado de hacer valer mi voluntad, habría pasado lo que ha pasado?
Odio a los indiferentes también por esto: porque me fastidia su lloriqueo de eternos inocentes. Pido cuentas a cada uno de ellos: cómo han acometido la tarea que la vida les ha puesto y les pone diariamente, qué han hecho, y especialmente, qué no han hecho. Y me siento en el derecho de ser inexorable y en la obligación de no derrochar mi piedad, de no compartir con ellos mis lágrimas.
Soy partidista, estoy vivo, siento ya en la conciencia de los de mi parte el pulso de la actividad de la ciudad futura que los de mi parte están construyendo. Y en ella, la cadena social no gravita sobre unos pocos; nada de cuanto en ella sucede es por acaso, ni producto de la fatalidad, sino obra inteligente de los ciudadanos. Nadie en ella está mirando desde la ventana el sacrificio y la sangría de los pocos. Vivo, soy partidista. Por eso odio a quien no toma partido, odio a los indiferentes.
11 de febrero de 1917

Indifferenti1
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”.2 Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
Notas: [1] Publicado en La Città futura, 1, febbraio del 1917:1-1 [2] Cfr. Friedrich Hebbel, Diario, trad. e introduzione di Scipio Slataper, Carabba, Lanciano 19I2 (“Cultura dell’anima”), p. 82: “Vivere significa esser partigiani” (riflessione n. 2127). Questo stesso pensiero di Hebbel era stato pubblicato nel numero del “Grido del Popolo” del 27 maggio 1916, insieme con le seguenti due “riflessioni” tratte dalla medesima opera: ” 1. Un prigioniero è un predicatore della libertà. 2. Alla gioventù si rimprovera spesso di credere che il mondo cominci appena con essa. Ma la vecchiaia crede anche più spesso che il mondo cessi con lei. Cos’è peggio? ”

martes, 23 de mayo de 2017

Sabemos

  • "Lo más terrible se aprende enseguida

  • y lo hermoso nos cuesta la vida"



  • Sabemos caminar en viceversa
    entre abrazos y vínculos en nudo 
    cobijar nuestros pasos
    en mañanas de sol o lluvia
    tejer voces 
    aún en derrumbes de salones
    resuena nuestro eco

    Sabemos habitar nuestra escuela
    entre mandatos sin senti-do
    ser grupalidad
    aún en lo prohibido
    haceres creativos
    crear intersticios
    entre los muros que cautivan

    Sabemos correr por las brechas
    volar sobre las canchas
    brincar escaleras 
    pisar las hierbas 
    con rodillas raspadas
    sonrisa en el viento
    somos de encuentros. 


  • Sabemos soñar
    Sabemos mirar
    Sabemos conversar
    Sabemos hablar
    Sabemos estar

  • Sabemos amar
    Sabemos...


M

martes, 16 de mayo de 2017

Papasquiaro

"También es hora de recordar que nada
                                        es bello, ni siquiera en Poesía, que no es
                                        el caso".
                                                                                W

El mundo se te da en fragmentos / en astillas: 
de un rostro melancólico vislumbras una pincelada del Durero 
de alguien feliz su mueca de payaso aficionado 
de un árbol: el tembladero de pájaros sorbiéndole la nuca 
de un verano en llamas atrapas pedazos de universo 
         lamiéndose la cara 
el momento en que una muchacha inenarrable 
      se rasga su camisola oaxaqueña 
exactamente junto a la medialuna de sudor 
                      de las axilas 
& más allá de la cáscara está la pulpa / debajo del ojo la pestaña 
Quizás ni el Carbono 14 será capaz de reconstruir los hechos verdaderos 
Ya no son los tiempos en que un pintor naturalista 
rumiaba los excesos del almuerzo entre movimientos 
                  de gimnasia sueca 
& sin perder de vista los tonos rosazules / de flores 
   que no habría adivinado ni en sus más dulces pesadillas 
—Somos actores de actos infinitos 
  & no precisamente bajo la lengua azul 
      de los reflectores cinematográficos— 
por ejemplo hoy / que ves cómo Antonioni se pasea con su camarita de rutina 
observado por aquellos que prefieren enterrar la cabeza entre la yerba 
a emborracharse de smog o qué sé yo/ para que no aumenten los escándalos 
   que ya hacen intransitable la vía pública 
por los que han nacido para ser besados largamente por el sol 
                  & sus embajadores cotidianos 
por los que hablan de coitos fabulosos/ de hembras que no crees 
                 en esta edad geológica 
de vibraciones que te harían tenaz propagandista del Budismo Zen 
por los que se han salvado alguna vez de los accidentes 
       que la nota roja llama substanciosos 
& que de paso –por ahora– no se cuentan entre las flores del Absurdo 
Así en el trapecio en el alambre de equilibrio de este circo de mil pistas 
un abuelo platica la emoción que sintió al ver a Gagarin 
        revoloteando como una mosca en el espacio 
& lástima que la nave no se llamara Icaro I 
que Rusia sea tan ferozmente antitroskista 
   & su voz entonces se disuelve 
      da de tumbos 
   entre aplausos & abucheos 
la Realidad & el Deseo se revuelcan/ se destazan/ 
      se desparraman una sobre otra 
como nunca lo harían en un poema de Cernuda 
corre espuma por la boca de aquel que dice maravillas 
& pareciera que vive en el interior de las nubes 
            & no en los baldíos de este barrio 

El aire húmedo de abril el viento lascivo del otoño 
         el granizo de julio & agosto 
todos presentes aquí con sus huellas digitales 

Alcohol orines/ qué no habrá servido de abono a esta yerba 
cuántos jardineros sin el sueldo mínimo dejarían en esta trampa 
                            sus escasas proteínas 

Por ahora tú te tiendes bocabajo a la sombra de las piernas 
             largas & velludas de los parques 
         donde se reúnen 
el que sueña con revoluciones que se estacionan 
            demasiado tiempo en el Caribe 
el que quisiera arrancarles los ojos a los héroes de los pósters 
para mostrar al desnudo lo hueco de la farsa 
la muchacha de ojos verdes gatunos & fílmicos 
aunque a lo mejor acercándose resultan azules 
           o quién sabe 
el estudiante todo adrenalina & poros revoltosos 
el que no cree en nadie/ ni en la belleza kantiana 
        de algunas admiradoras de Marcused 
& estalla gritando que estamos podridos por la furia 
deshidratados con tanto tomo de teoría 
la putilla de ocasión que comparte el torrente de su soledad 
                           con los desconocidos 
dejando que la balanza de la oferta & la demanda 
la inclinen la gracia la simpatía las vibraciones repentinas 
     —el Azar: ese otro antipoeta & vago insobornable— 
los que vienen aquí a llorar/ hasta tallarse –como en madera– 
        un rostro de mártir paranoico 
después de destrozar —& no precisamente de entusiasmo— 
            las butacas de los cines 
el que escribe su testamento o su epitafio 
        en una servilleta arrugada 
& luego lanza besos al aire —& todo mundo supone 
que celebra su cumpleaños/ o el divino himeneo de antenoche— 
& todas las hipótesis resultan frágiles para explicar 
por qué utilizó una pistola & no un bote de pintura 
si parecía capaz de seducir hasta la calentura/ el pulso 
                          & la pupila del Giotto 
el que siempre saluda con Yo estoy desesperado/ ¿y usted? 
los que se aman rabiosamente como perros callejeros 
     —en las verdes & en las maduras— 
& uno los llama enamorados floridos 
   & son un afrodisíaco 
no solo para la sensibilidad de Marc Chagall 
los que conocen en persona a la muerte 
a la hora en que el suicidio se vuelve una obsesión 
unas ganas despeinadas de morder & ser mordido 
de poner un hasta aquí a tanto castillo de arena 
            que parece inderrumbable 
de inventarse por segundos un poder 
que las revolvedoras de cemento cotidianas te desbaratan 
             como si fueras un papel de estraza 

Y entonces comprendes al que quisiera sepultar bajo toneladas 
                                             de plantas 
         edificios / tierra negra 
el menor latido / la taquicardia de su historia íntima 
te contagia el nerviosismo la intranquilidad de los que 
hacen como que respiran / como que poseen un cierto dejo 
                de plantas carnívoras 
& se pasan horas esperando a la compañera Ternura 
           esa call—girl que raras veces llega 
los que vienen escapando de los gases lacrimógenos 
           & las macanas de las grandes avenidas 
de las grandes & las pequeñas manchas 
      que ya no tienen remedio con aroma de pino 
            o la caricia de un kleenex 
los que ignoran quiénes son ni lo quieren saber/ cuando el clima 
                 tiene pero fama cada día 
los eternos enfermos de amnesia que se chupan el dedo de alegría 
   porque aquí & no en Miami está el Paraíso Terrenal 
los que juran declarar esto territorio libre isla independiente 
   que no degenere en chatarra ruina supermarket 

En el instante en que una canción de moda 
            enreda su ritmo 
a la peculiar batucada de la lluvia 
& se instaura un orden fatalmente momentáneo 
para que sigan dominando la escena 
       el cabello en desorden 
          los enormes ojos húmedos 
& como surgida del claroscuro mismo de la noche 
aparece una niña con los puños embarrados contra los muslos 
          repitiendo 1, 2, 3 veces: 
Yo no soy un objeto sexual, no lo soy robots, 
    estoy viva / como un bosque de eucaliptos 
Aquí donde la norma es ser implacablemente amables los unos 
                                     con los otros 
  & este es el mal menor 

El parque tiembla / mis pasos interiores me llevan por las calles 
                       de un puerto de mar verde 
    que los nativos llaman Mezcalina 

      Una sensación hasta ahora desconocida 
como saber a ciencia cierta a qué sabe el A.D.N. 
           después de hacer el Amor 

Si esto no es Arte me corto las cuerdas vocales 
mi testículo más tierno dejo de decir tonterías 
         Si esto no es Arte 
la rama de un árbol se dobla bajo el peso de un gorrión 
o mejor dicho un gorrión termina por hacer trizas una rama 
                                     ya quebrada 
   Aún estamos con vida 
de alguna manera hay que llamar a las islas de cristales 
que con lujo de violencia patean las zonas más blandas de tus ojos 

La realidad parece de mica de miniatura a escala 
pero también tus párpados tu percepción & su camisa de fuerza 
           la materia & la Energía 
& el ánimo para meter tu lengua entre su lengua 
este es un día insólito 
    vibrante cotidiano anónimo 
terrícola a más no poder como solemos decir 
      los días de fiesta o durante los cateos cada vez 
                      más frecuentes de las casas 
el miedo te ilumina el estómago & te lo quema 

domingo, 14 de mayo de 2017

(Der Dichter)

El poeta
(Der Dichter)

Ante el trono de Zeus estaban
Los olímpicos, y habló Apolo,
Cuestionando a Zeus con los ojos:
“Gran Zeus, en tu enorme creación
Sé distinguir a cada individuo,
Claramente apartando uno de otro;
Tan sólo al poeta busco en vano”.
A lo que el mandatario respondió:
“Mira allí en los montes de la vida,
En la senda rocosa, donde van
Las alternantes generaciones.
En el vivaz cortejo ves unos
Que ruegan y suplican con pesar,
Y ves otros que juegan sonriendo,
Cogiendo flores en el abismo.
Algunos avanzan a hurtadillas,
Con la vista perdida en el suelo.
Muchos otros andan en multitud,
Con diversos ánimos y gestos.
Mas en vano buscas al poeta…
Mira el borde del pétreo camino,
Donde súbitas caen las rocas
Y retruenan en la negra hondura.
Contempla el margen del feo abismo:
Verás a alguien despreocupado,
Entre la noche y la luz del día.
Se pasea con calma inmutable,
Lejos de la senda de la vida.
Con la vista ya puesta en sí mismo,
Ya con valentía en las alturas,
Ya con amplitud en el gentío.
Su pluma redacta eternos trazos…
Conócelo, pues: es el poeta.
Walter Benjamin.

jueves, 11 de mayo de 2017

Y los seguí:

 los vi caminar a paso ligero por Bucareli hasta Reforma y luego los vi cruzar Reforma sin esperar la luz verde, ambos con el pelo largo y arremolinado porque a esa hora por Reforma corre el viento nocturno que le sobra a la noche, la avenida Reforma se transforma en un tubo transparente, en un pulmón de forma cuneiforme por donde pasan las exhalaciones imaginarias de la ciudad, y luego empezamos a caminar por la avenida Guerrero, ellos un poco más despacio que antes, yo un poco más deprimida que antes, la Guerrero, a esa hora, se parece sobre todas las cosas a un cementerio, pero no a un cementerio de 1974, ni a un cementerio de 1968, ni a un cementerio de 1975, sino a un cementerio de 2666, un cementerio olvidado debajo de un párpado muerto o nonato, las acuosidades desapasionadas de un ojo que por querer olvidar algo ha terminado por olvidarlo todo.
Roberto Bolaño, Amuleto

martes, 9 de mayo de 2017

Yo quiero ser

                                              dialéctica de tus manos

                                       conjetura de tus dedos

                                secuencia con tu voz

                         mejillas de comillas

                  veredas de tus miradas



Yo quiero ser sin ti

                                  balcones de Madero

                                                                   bolardos del 57

                                                                                            Latitud y caminos
                                                                                                                             esquinas abandonadas

en la Guerrero con Bucareli




Para que veas que soy de encuentros

en la teoría

                       en la praxis

en el discurso

                        en el psicoanálisis

Pedagogía en mis venas


domingo, 7 de mayo de 2017

Consejos de un discípulo de Marx a un fanático de Heidegger


   NO HAY ANGUSTIA AHISTÓRICA 
   AQUÍ VIVIR ES CONTENER EL ALIENTO 
            & DESNUDARSE 

/consejos de un discípulo de Marx 
   a un fanático de Heidegger/ 

Poesía: aún estamos con vida 
      & tú me prendes con tus fósforos 
         mi cigarro barato 
& me miras como a un simple cabello despeinado 
   temblando de frío en el peine de la noche 

     Aún estamos con vida 

una mariposa de ojoverde & alasamarillas 
   se ha prendido en la solapa azul de mi chamarra 
—mi cuerpo de mezclilla 
     se siente seductor radar humano imán de polen 
adquiere por momentos la convicción de una galaxia 
                                  en pequeñito 
   cantando puras locuritas 
          entre Ohs de asombro— 

¡Pucha qué luna! 
  exclama el millonario en soledad 
        & mísero en empleo 
al que apenas ayer lo despidieron 
   porque no le emocionaban los cortocircuitos 
          de la cafetera burocrática 

¡Qué luna! 
como uña cortada 
—como un gajo de esperma 
    suspendido 
  sobre el lomo negro de la noche 

cuando se escucha 
   un crujir de nueces aplastadas –crac– 
el zumbido el lloriqueo de una ambulancia 
que otra vez no llega a tiempo 

el rumor de las lagartijas con manchas de leopardo 
    trepando traviesísimas por la enredadera 
              en busca de alimento 

los últimos ruidos de un picnic 
    donde la Desolación ha hecho de las suyas 
& ha acabado voceando la proximidad del viento 
               que todo mancha & roe 

Sin embargo uno aún camina por aquí como gorrión feliz 
como Chaplin el día en que besó por primera vez a Mary Pickford 
alguien pasea con un radio de transistores que parece su segunda oreja 

Galileo descubre la ley del péndulo observando 
      el columpiar dulzón de estos amantes 
violentamente unidos & medioconsumidos por la niebla 
creyendo los muy necios que el Amor a dentelladas 
        terminará por brillar en Technicolor 
Y esto en el mismo M2 a la misma hora 
      en que el Polo Norte & el Polo Sur 
      la Tesis & la Antítesis del mundo se conocen 
como un aerolito incandescente & un ovni en problemas 
        e inexplicablemente se saludan: 
Yo soy el que se ha grabado en la espalda de la chamarra de mezclilla 
la frase: El núcleo de mi sistema solar es la Aventura 
Me llamo así pero me gusta que me digan: Protoplasma Kid 

Tú eres el que se muerde las uñas mientras hojeas la sección 
                                     de crímenes 
con los dedos confundidos en lo tieso de la hoja del periódico 
      pero 
¿son las noticias 
los que las reportan 
   los que las leen como una 
        droga necesaria? 
¿Quiénes Sherlock Holmes son los asesinos? 

Dadas las circunstancias desconfías hasta de tus propios ojos 
forcejeos corretizas pleitos de qué calibres 
       se esconden bajo las ropas más rasposas 

los miedosos se trepan a los árboles 
    los más ágiles prefieren andar señalando con el dedo 
el momento exacto en que la atmósfera se enrarece 
                 hasta decir basta 
& comienzan a derrumbarse los aviones como en una secuencia 
      de cine mudo en la que los brazos de los moribundos 
            se mueven como aspas 
sin explicarse el porqué de ese horizonte ensalivado por el fuego 

Aunque el cielo –aparentemente– se vea sobrio & despejado 
    como enemigo irreconciliable de las Artes Plásticas 
& casi nadie repare en el loquito que besa lame muerde su reloj 
                                      sin manecillas 
mientras pregunta se estará enfriando la tierra 
       no nos estaremos saliendo de la órbita??? 
seguro de que en un caso así hasta Jerry Lewis lloraría sinceramente.

Mario Santiago Papasquiaro

viernes, 5 de mayo de 2017

Soñé con las aceras de mi ciudad
gozosas al perpetuar sus caminos

Armé senderos, jardines y ventanas
en otoño de hojas rotas, erguidas

Entrecrucé iglesias hundidas
restauradas con el tiempo

Resbalé en patios, atrios y palacios
entre multitudes sujetas

Bailé con lienzos en los muros
en la poética barroca

Construí historias de sus huellas
en cada sueño y al despertar

¡Te hice mía!

Ciudad

¡Te hago mía!

lunes, 1 de mayo de 2017

TIEMPO SUSPENDIDO

XIII
Me expongo en mi poesía.
Me enseño a los desconocidos.
Y no sé si soy verdad, o qué,
porque después de darme
en el poema. Todo.
Quedo menos que brizna. Nada.
Profundidad desvanecida. Y temo.
Sin poder escaparme de mi miedo.
E s c a l o f r í o. Estoy allí,
incompleto y completo.  Demostrado…

José Vicente Anaya